Visualizzazione post con etichetta donne. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta donne. Mostra tutti i post

martedì 6 aprile 2010

Massimo Fini: la replica alle accuse delle donne offese


Ho scritto che le donne “sono una razza nemica”. Non mi sono mai sognato di dire che siano inferiori a chicchessia. Se la lettrice Cristina Di Bortolo avesse letto il mio articolo con “un minimo di cervello” avrebbe capito che, al contrario, considero la donna, meglio: la femmina, molto più vitale del maschio. È lei, che procrea, la protagonista del gran gioco della vita (quello reale, non quello virtuale) mentre il maschio è un fuoco malinconico e transeunte animato da un oscuro istinto di morte (“La donna è orgiastica, baccante, dionisiaca, caotica, per lei nessuna regola, nessun principio può valere più di un istinto vitale”). La donna è la vita, l’uomo è la legge, la regola, il rigore, la morte (il contrasto tra Antigone e Creonte in Sofocle). Non a caso nella tradizione kabbalistica, e peraltro anche in Platone, quando l’Essere primigenio, dopo la caduta, si scinde in due la Donna viene definita “la Vita” o “la Vivente” mentre l’Uomo è colui che “è escluso dall’Albero della Vita”. È per riempire questo vuoto, per sopperire a questa impotenza procreativa (“l’invidia del pene” è una sciocchezza freudiana), che l’uomo si è inventato di tutto, la letteratura, la filosofia, la scienza, il diritto, il gioco regolato e il gioco di tutti i giochi, la guerra, che però oggi ha perso quasi tutto il suo fascino perché affidata alle macchine e anche perché in campo han voluto entrare pure le stronzette che pretendono di fare i soldati e vogliono fare, con i loro foularini, le corrispondenti di guerra (Ma state a casa, cretine, a fare figli. L’interesse della donna per la guerra è una perversione degli istinti. La donna, che dà la vita, non ha mai amato questo gioco di morte, tipicamente maschile. Ma ormai così è: le più assatanate guerrafondaie di questi ultimi anni sono state la Albright, Emma Bonino e quella pseudodonna e pseudonera di Condoleezza Rice). Della vitalità della donna fa parte anche la sua curiosità. Che può avere conseguenze catastrofiche. Ma è mai possibile che con tutte le mele che c’erano lei sia andata a mangiare proprio quella che Domineiddio aveva proibito? (da lì sono cominciati tutti i nostri guai, porca Eva). Comunque sia è vero che da quando si sono “liberate” si sono appiattite sul maschile, diventandone una parodia, e insieme alla femminilità hanno perso anche il loro fiore più falso e più bello, il pudore, per il quale valeva la pena, appunto, di corteggiarle. Han perso la sapienza delle loro nonne alle quali bastava far intravedere la caviglia. Rivestitevi, sciocchine. All’uomo non interessa la vostra nudità, ma scartocciare, lentamente, la colorata e inquietante caramella anche se, alla fine, c’è sempre la solita, deludente, cosa. In quanto a Lisistrata, cara Truzzi, il suo sciopero del sesso fallì completamente. Perché le spose dei guerrieri continuarono a fare i consueti lavori di casa. Essere accuditi senza nemmeno avere l’obbligo di scoparle: l’Eden ritrovato. Inoltre ogni maschio bennato di fronte alla scelta fra la donna e la guerra non ha dubbi: sceglie la guerra (e persino il calcio, che ne è una metafora). La lettrice Roberta Pesole mi confonde con quei nove milioni di uomini che, dice, vanno a puttane. Posso rassicurarla, nel mio “Di(zion)ario erotico-Manuale contro la donna a favore della femmina” ho scritto “pagare una donna per fare l’amore, c’è qualcosa di più insensato? Ma come, io faccio la fatica di scoparti e ti devo pure pagare? Ma siamo diventati matti?”. Infine nella mia vita ho conosciuto molte donne intelligenti, ironiche e anche autoironiche. Ma nessuna che non fosse permalosa. Come la valanga di insulti che mi è stata rovesciata addosso dimostra.

Ma le donne no

"Ma le donne no" è il libro di Caterina Soffici che mette in luce, con rabbia e dolore, la condizione della donna in uno dei Paesi più maschilisti d'Europa: l'Italia.

Da Ansa di Alessandra Magliaro.

Meno pagate, meno riconosciute quale che sia la professione, degradate da pubblicita' e modelli mediatici che mettono in evidenza solo corpo e bellezza, le donne italiane nel 2010 vivono nel paese piu' maschilista d'Europa, hanno molti diritti e quel che e' peggio nessuna consapevolezza di averli ne' tantomeno di ricorrervi quando si accorgono di essere violate.

Le 200 pagine di Ma le donne no di Caterina Soffici sono amare, rabbiose, difficili da leggere per intero specie se si e' donna, senza scampo. L'autrice, che gia' nella dedica a marito e figli maschi mette una sua impronta forte (''senza di loro questo libro sarebbe uscito almeno un anno prima''), traccia un bilancio che piu' impietoso non si potrebbe della condizione femminile italiana contemporanea, non solo perche' alle storie italiane mette vicino quel che accade nel resto d'Europa e in America, dove violazioni dei diritti e razzismo di genere ci sono ma provocano reazioni tali da lasciare il segno.

La Soffici aveva cominciato con i ritagli di giornale, 10 anni di storie di donne italiane dalle quali emergeva o l'immagine vincente di donna-velina oppure storie di donne che non lavorano, non fanno piu' figli, non fanno carriera, donne precarie senza tutela per la maternita'. La domanda all'inizio e alla fine del libro e' la stessa: perche' le donne italiane non reagiscono? Ed e' la piu' dolorosa: donne che piuttosto che denunciare il mobbing sessista in azienda si licenziano, donne che si sfogano alla macchinetta del caffe' anziche' andare al tribunale del lavoro o piangono come fece l'ex ministro delle Pari opportunita' Stefania Prestigiacomo quando la sua proposta (light, 1 su 4) sulle quote rosa nelle liste elettorali ottenne una bocciatura sonora e bipartisan.

Di tutta l'analisi, spietata, lucida, implacabile dell'autrice quello che piu' colpisce, perche' e' il piu' vero, e' proprio il racconto della rassegnazione: le donne italiane sono convinte di essere libere e cittadine di serie A, ma nei fatti non e' vero e il cammino per la parita' che ha portato a leggi di tutela, contro le discriminazioni e per le pari opportunita', si e' interrotto. Non per fermata improvvisa ma per un rallentamento impercettibile, un intorpidimento anno dopo anno di cui nessuno si e' accorto fino a un paio di anni fa, ossia finche' non e' stato troppo tardi. Le donne dopo gli anni '70 si sono ritirate ordinatamente e in silenzio, sono diventate autoindulgenti, hanno perso la propria autostima e - e' la cosa piu' dolorosa - hanno smesso di chiedere come se reagire, scrive la Soffici, fosse stato poco educato. Le leggi non sono applicate o vengono violate e le donne stanno zitte: le azioni legali clamorose o simboliche come quella della nonnina dell'Alabama Lilly Ledbetter contro la Goodyear o di Betty Dukes contro il colosso Wal Mart non esistono in Italia.

Poi un anno fa una svolta: le donne hanno ritrovato la voce.

E' stato poco prima delle Europee: quando una politologa, la professoressa Sofia Ventura di FareFuturo per prima si e' scagliata contro le veline in lista elettorale alle europee. E subito dopo quando una moglie tradita, Veronica Lario, ha parlato di 'ciarpame senza pudore'. Non solo: quando Berlusconi ha detto a Rosy Bindi che lei era piu' bella che intelligente (8 ottobre 2009) 100 mila donne hanno risposto all'appello contro le offese. Le pagini piu' critiche sono quelle dedicate alla politica: alla proto velina Flavia Vento, alla vincente Mara Carfagna, oggi ministro ed ex valletta della Domenica del villaggio, alla starlette Barbara Matera, parlamentare europea dopo il casting a Via dell'umilta' insieme a 30 signorine tutte giovani e belle, al vuoto pneumatico di Marianna Madia.

Alla fine, conclude, e' solo una questione di liberta': poter scegliere come vivere la propria vita, avere diritti e leggi che li tutelano. Senza alcuna pretesa scientifica, Caterina Soffici lancia cinque proposte che definisce modeste ma che modeste non sono. Una legge sulle quote innanzitutto; un'altra sul part time, un'altra sulla paternita', una con il divieto di immagini sessiste, in pubblicita', televisione e in tutti i media e la quinta l'ergastolo senza possibilita' di attenuanti per chi commette stupro. Chiudete gli occhi, conclude Caterina Soffici, e pensate a come sarebbe tra dieci anni l'Italia se le cinque proposte fossero realta'.

venerdì 2 aprile 2010

Massimo Fini contro le donne sul Fatto


Riporto di seguito l'articolo di Massimo Fini uscito sul Fatto Quotidiano il 27/03/2010. Il pezzo ha suscitato un certo scalpore da parte dei lettori, soprattutto lettrici, a causa del maschilismo che dirompe tra le righe . Ne è stata richiesta la rimozione e delle scuse formali da parte dell'autore.


Le donne sono una razza nemica.

Bisognerebbe capirlo subito. Invece ci si mette una vita, quando non serve più. Mascherate da “sesso debole” sono quello forte.

Attrezzate per partorire sono molto più robuste dell’uomo e vivono sette anni di più, anche se vanno in pensione prima. Hanno la lingua biforcuta. L’uomo è diretto, la donna trasversale. L’uomo è lineare, la donna serpentina. Per l’uomo la linea più breve per congiungere due punti è la retta, per la donna l’arabesco. Lei è insondabile, sfuggente, imprevedibile.

Al suo confronto il maschio è un bambino elementare che, a parità di condizioni, lei si fa su come vuole. E se, nonostante tutto, si trova in difficoltà, allora ci sono le lacrime, eterno e impareggiabile strumento di seduzione, d’inganno e di ricatto femminile. Al primo singhiozzo bisognerebbe estrarre la pistola, invece ci si arrende senza condizioni.

Sul sesso hanno fondato il loro potere mettendoci dalla parte della domanda, anche se la cosa, a ben vedere, interessa e piace molto più a lei che a lui. Il suo godimento – quando le cose funzionano – è totale, il nostro solo settoriale, al limite mentale (“Hanno sempre da guadagnarci con quella loro bocca pelosa” scrive Sartre). La donna è baccante, orgiastica, dionisiaca, caotica, per lei nessuna regola, nessun principio può valere più di un istinto vitale.

E quindi totalmente inaffidabile. Per questo, per secoli o millenni, l’uomo ha cercato di irreggimentarla, di circoscriverla, di limitarla, perché nessuna società regolata può basarsi sul caso femminile. Ma adesso che si sono finalmente “liberate” sono diventate davvero insopportabili.

Sono micragnose, burocratiche, causidiche su ogni loro preteso diritto. Han perso, per qualche carrieruccia da segretaria, ogni femminilità, ogni dolcezza, ogni istinto materno nei confronti del marito o compagno che sia, e spesso anche dei figli quando si degnano ancora di farli. Stan lì a “chiagne” ogni momento sulla loro condizione di inferiorità e sono piene zeppe di privilegi, a cominciare dal diritto di famiglia dove, nel 95% dei casi di separazione, si tengono figli e casa, mentre il marito è l’unico soggetto che può essere sbattuto da un giorno all’altro sulla strada. E pretendono da costui, ridotto a un bilocale al Pilastro, alla Garbatella, a Sesto San Giovanni, lo stesso tenore di vita di prima.

Non fan che provocare, sculando in bikini, in tanga, in mini (“si vede tutto e di più” cantano gli 883), ma se in ufficio le fai un’innocente carezza sui capelli è già molestia sessuale, se dopo che ti ha dato il suo cellulare la chiami due volte è già stalking, se in strada, vedendola passare con aria imperiale, le fai un fischio, cosa di cui dovrebbero essere solo contente e che rimpiangeranno quando non accadrà più siamo già ai limiti dello stupro. Basta. Meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe.